Cessate, dunque, le incursioni ungariche, l'Italia e il Friuli si
riprendono e si rinnovano. Le città, mai spente, si riorganizzano
e una nuova sistemazione del territorio si realizza. Aumentano e si
rifondano i villaggi, cresce la popolazione, si espande l'agricoltura.
Si lavorano i tessili (lana, lino, canapa, cotone) ed i metalli, tra
i quali il ferro è indispensabile per gli attrezzi agricoli.
L'attività produce reddito e il reddito concorre alla formazione
di mercati. Ne conseguono commerci, i cui itinerari prediligono le
vie fluviali e marine per ovvi motivi di economicità, ma nuove
vie terrestri di importanza locale si affiancano alle grandi consolari
tuttora funzionanti.
I castellani hanno i loro tribunali per le proprietà od
i feudi di loro spettanza, ma la giurisdizione non va oltre le cause
di prima istanza in civile e criminale, anche se la documentazione
medioevale è ricca di episodi che lasciano intendere esservi
una folta casistica di usurpazioni giurisdizionali a danno del vescovo
e del suo dominus, il patriarca di Aquileia.
Il sistema istituzionale, pertanto, è frazionato e non gode
certamente della territorialità della legge, come avrebbe
dovuto essere.
Anche se i documenti in proposito sono rarissimi, si può
capire ugualmente come ne venga ostacolato il processo di autonomia
comunale. Le informazioni sulle origini mancano del tutto e, a parte
qualche diploma imperiale di cui si è già accennato,
la prima testimonianza di un'organizzazione del «terzo stato»,
per così dire, volta a raggiungere posizioni di potere risale
soltanto al 1140.
In conclusione mentre il vescovo resta il prelato di sempre e
quasi prigioniero dei suoi diritti feudali, i cittadini acquistano
certamente quella della mercatura e dell'accumulazione del capitale,
dando vita, o meglio riproponendo l'antica vocazione commerciale
del tempo romano.
|